Mowgli era un ragazzo selvaggio, veniva da una sperduta isola verde a nordest di tutto. Era stato allevato da una strana famiglia di animali pazzi a cui piaceva spulciarsi tra loro. Mowgli era arrivato nella grande città per scoprire cosa fosse la felicità (perché ne aveva sentito parlare, ma non ne aveva mai toccata una) e per capire cosa fosse un Re. Lei era la fata Milocchio della tribù degli Uliwi, aveva lasciato la sua famiglia portandosi via il profumo di mare nei capelli e i colori della sua terra sulla pelle. Era andata via per praticare le arti magiche del cinematografo, un nuovo incantesimo che al prezzo di un biglietto, permetteva di vivere mille vite diverse ogni volta che si spegneva la luce in sala, proprio come avrebbe voluto fare lei. Si incontrarono lavorando come saltimbanchi per lo stesso circo e si riconobbero subito. Mowgli vide negli occhi scuri di quella ragazza uno specchio. Vedeva sè stesso, un ragazzo, non un uomo, non un Re che era quello che Mowgli voleva essere. Ogni volta che Mowgli la guardava negli occhi pensava: sarò meglio, sarò un uomo, diventerò un Re. Lo farò per lei e i suoi occhi mi diranno quando sarò pronto e cercheremo la felicità insieme. La fata Milocchio, dal canto suo, rimase stregata dalle parole di Mowgli: lui le raccontava della giungla, della sua isola e del suo branco. A lei pareva di essere lì con lui a vivere davvero quelle avventure come al cinematografo che tanto aveva studiato.
Viaggiarono molto, cambiarono città, vissero insieme mille peripezie, per mari, ma non per monti. Raccolsero misteri e ingredienti segreti per creare la loro personale pozione magica della felicità. Non smisero mai di cercare quel Re a cui avrebbero voluto chiedere se fosse felice come loro.